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Pillole Dialettali, Personaggi: “‘A MUNACÈLLE” (VINCENZA PARDO)

È uno dei tanti personaggi minori, che non avrà mai intitolato una strada, una targa, ma è rimasto nella memoria dei lucerini.

Nata nel 1880, rimasta orfana di padre in una famiglia numerosa, venne dalla madre rinchiusa nell’Orfanotrofio Pellegrino di Lucera (Sallunarde), con la speranza che diventasse monaca. Per questo ebbe, quasi immediatamente, il soprannome di ‘a munacèlle.

Divenuta giovinetta scelse, invece, di abbandonare il convento e sposarsi con Luciano Q. , di professione facchino e banditore di piazza, mentre lei tirava avanti come donna di servizio e portatrice d’acqua alle abitazioni che ancora non avevano l’allaccio alle condutture potabili dell’acqua del Sele.

Abitava alle spalle della farmacia d’Arco, in un portone tra Piazzetta del Vecchio e Vico Quaranta (oggi Vico Barone).

Il suo non fu sicuramente un matrimonio felice, caratterizzato da continui litigi (sciarre), in casa e per la strada, perché (da quel che si diceva) il marito spendeva tutti i suoi soldi nelle cantine di Lucera, e ‘a munacèlle, con i suoi modesti guadagni, riusciva, a mala pena, a sopravvivere.

Col passare degli anni il suo mestiere di portatrice d’acqua non le consentì più tali guadagni da poter fare una vita dignitosa, ormai ai margini di una spiacevole povertà, cominciò a girare per Lucera, con i capelli ricci e spettinati e con una veste logora, le scarpe rotte e un vecchio cappotto, dono di qualcuno, con la mania di raccogliere cartoni per proteggere la sua casa dagli occhi estranei e dal freddo.

Probabilmente la vita di stenti e di malnutrizione le causò una forma di demenza al punto che cominciò a girare per le strade di Lucera canticchiando delle filastrocche da lei inventate (come questa: Passe pe ‘nnanz’ a ttè, sénde l’a ddóre de lu cafè. Meséreje, meséreje, vattínne da priss’a mmè) e raccogliendo mozziconi di sigarette lungo le strade cittadine.

Per tutti divenne Cenzèlle ‘a Munacèlle e la sua figura esile e malmessa divenne un personaggio caratteristico della Lucera di allora; molestata da qualche monello, mentre le mamme la citavano spesso per calmare i bambini che facevano i capricci o non volevano dormire.

Negli ultimi anni, impossibilitata a fare qualsiasi lavoro, sopravvisse grazie alla generosità di alcuni vicini che si assunsero il compito di sfamarla.

Quando le sue condizioni di salute non furono più gestibili, fu ricoverata presso l’Ospedale Psichiatrico di Foggia, dove passò a miglior vita nel 1966.

A immortalarla per sempre nella memoria collettiva dei lucerini ci pensò il fotografo De Rosario con uno splendido ritratto.

Che riposi in pace.

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