Capitolo 6
Il semifreddo al cioccolato
Era un tardo pomeriggio e il sole ancora non calava: faceva molto caldo, anche se non era estate inoltrata.
In piazza non c’era molta gente, quando Lino e Giovanni arrivarono al bar De Chiara. Pensarono di entrare e magari godersi il fresco dei saloni del bar; perciò decisero di giocare una partita a boccette.
Salutarono e chiesero a Sandrino le biglie e i birilli per giocare. Dopo aver risposto al saluto e averli osservato a lungo, Sandrino chiese loro a cosa volessero giocare. Alla risposta che il gioco era quello delle boccette, lasciò il bancone, entrò nella sala di biliardo, aprì con molta calma il marcatempo, recuperò le nove biglie – quattro rosse, quattro bianche e il pallino blu – e le fece scorrere sul tappeto del biliardo. Poi consegnò nelle mani di Giovanni i cinque birilli – quattro bianchi e uno rosso – e disse: “Buon divertimento e speriamo che questa volta paghiate”.
Giovanni dispose sul tavolo i birilli bianchi e quello rosso al centro, mentre Lino divise le biglie, prendendo per sé le rosse e lasciando a Giovanni le bianche.
Dopo alcune battute di reciproco sfottò, la partita incominciò.
La partita era il “cento punti”. Si tratta di un classico gioco delle boccette, le cui regole in parte sono mutuate dal gioco delle bocce, che ha come scopo quello di mettere la propria biglia più vicino al pallino rispetto a quella dell’avversario.
Inizia a giocare chi vince l’“accosto” con il tiro d’“acchito”: ovvero mette la sua biglia più vicino alla sponda corta da dove ha eseguito il tiro, dopo aver toccato la sponda opposta. Dopo il primo tiro effettuato dal vincitore dell’accosto, il gioco passa all’altro giocatore. Da questo tiro in poi il gioco è nelle mani del giocatore che ha le sue biglie più distanti dal pallino. All’esaurimento delle biglie da parte dei due giocatori, vince la manche chi ha messo almeno una biglia più vicino al pallino. Al vincitore, che ha diritto di riprendere il gioco nella manche successiva, si assegnano i punti per quante biglie ha più vicino al pallino. Inoltre, si assegnano anche i punti per l’abbattimento dei birilli: se sono positivi, vanno al giocatore che ha eseguito il tiro; se negativi, ovvero perdenti, vanno all’avversario. Seguono altre manche e vince la partita chi raggiunge i cento punti.
La partita fu assai combattuta; Lino se l’aggiudicò, vincendo l’ultima manche.
Giovanni raccolse le biglie, le chiuse dentro il marcatempo e verificò che il costo della partita era di centotrenta lire. Lino raccolse i birilli e li consegnò a Sandrino il quale, dopo averli conservati in un apposito cassettino, lasciò il bancone per andare a controllare l’importo registrato dal marcatempo.
Giovanni lo anticipò dicendogli: “Sandrino, il biliardo viene centotrenta lire, ma io ti posso dare solo cento lire perché sono le uniche che ho. Ciò vuol dire che le trenta lire o me le abbuoni o le segni sul quaderno dei debiti”.
Mentre Sandrino ritornava al bancone, bofonchiando qualcosa, Lino aggiunse: “Caro Sandrino, non devi segnare solo le trenta lire ma anche il costo di due semifreddi al cioccolato di quelli che sapete fare in maniera stupenda. Con la partita ci siamo giocati anche il dolce”.
A quel punto Sandrino si arrabbiò ed esclamò: “I semifreddi al cioccolato sono pochi e saranno serviti solo a chi paga e non a chi fa debito!”.
Giovanni un po’ piccato gli rispose: “ Non è così che ci si comporta. Io i miei debiti li ho sempre onorati e non vedo perché mi devi trattare in questo modo”. E aggiunse in maniera provocatoria: “Sai cosa ti dico? I semifreddi li andiamo a consumare al bar Pozzuto, da Umberto, che li fa buoni come i tuoi se non di più”.
“Fate bene, fate bene! Anzi, andate sempre a prenderli altrove e tutti vivremo in santa pace”: così Sandrino chiuse la discussione.
Lino e Giovanni uscirono dal bar e si fermarono in piazza; dovevano aspettare ancora un’oretta per andare all’appuntamento con le proprie ragazze.
Fu a quel punto che Lino disse: “Giovanni, che ne dici se andiamo da Umberto, gli raccontiamo tutto e vediamo di organizzare uno scherzo, facendoci portare i suoi semifreddi al tavolino del bar De Chiara?”.
Giovanni ci pensò un attimo e ripose: “Proviamoci. Non abbiamo debiti al bar Pozzuto e può darsi che Umberto ci stia allo scherzo”.
Molti giovani, assidui del bar De Chiara, frequentavano anche il bar Pozzuto. Specialmente la domenica sera, quando prima di rientrare a casa, andavano a mangiare un trancio di pizza al pomodoro e a bere un peroncino per il modico costo di 120 lire (70 lire per la pizza e 50 lire per il peronicino, la birra piccola della Peroni).
La pizza era una vera squisitezza: sottile, ben cotta, condita con olio extra vergine d’oliva e arricchita di pomodorini freschi; la birra era fredda al punto giusto.
E Umberto era gentile e sapeva trattarli.
Quasi tutti pagavano, perché la domenica sera qualche soldo in tasca restava per il rito della pizza. I pochi che non riuscivano a pagare, il lunedì o al massimo il martedì successivo, portavano i soldi a Umberto, il quale non aveva un quaderno dei debiti.
Lino spiegò il tutto a Umberto il quale ascoltò la proposta e, pensando che potesse venir fuori uno scherzo simpatico e stuzzicare, così, il concorrente, l’accettò con un sorriso sornione.
Umberto convenne che il suo cameriere avrebbe portato due semifreddi al cioccolato a Lino e Giovanni seduti a un tavolino all’aperto del bar De Chiara.
Dopo tutto lo scherzo poteva sembrare a prima vista un semplice errore di Lino e Michele i quali si erano seduti involontariamente ai tavolini del bar De Chiara. Infatti, il bar Pozzuto situato quasi di fronte al bar De Chiara, teneva durante i mesi estivi i suoi tavolini in piazza, vicinissimi a quelli del bar De Chiara. Solo pochi metri li separavano, lo spazio necessario per permettere il passeggio in piazza.
Lino e Giovanni andarono a sedersi al tavolino posizionato il più vicino a quelli del bar Pozzuto. Passato qualche minuto, Giovanni fece cenno a Umberto, che era sull’uscio del suo bar, per segnalargli che i semifreddi potevano essere serviti.
Un giovane cameriere uscì dal bar con un vassoio, che sorreggeva abilmente con una mano; si fermò prima davanti a un tavolino ove consegnò e stappò un’aranciata e un chinotto e poi si diresse verso Lino e Giovanni. In maniera furtiva, poggiò il vassoio sul tavolino che occupavano, consegnò loro i due semifreddi al cioccolato e, con un leggero inchino, prima di andarsene, disse: “Con l’omaggio del bar Pozzuto”.
Lino e Giovanni stavano gustando il semifreddo con vistosi gesti di apprezzamento, quando sull’uscio del bar si affacciò Sandrino, il quale ogni tanto abbandonava il bancone e metteva il naso fuori dal bar per rendersi conto della situazione e di come andava il servizio. Egli aggrottò i sopraccigli e, meravigliato, guardò lungamente Lino e Giovanni i quali, vistisi osservati, manifestarono in maniera plateale apprezzamento per il gelato che stavano mangiando. Gesticolavano, facendo roteare in maniera contenuta il braccio intorno a se stesso, per significare che quello che stavano gustando era una vera delizia; e parlavano ad alta voce per magnificare le qualità del semifreddo.
Sandrino faticò a capire quello che stava succedendo, ma tutto gli divenne chiaro quando notò che Umberto dall’uscio del suo bar lo salutò maliziosamente con un cenno ampio della mano. Allora rientrò nel bar e chiese a un suo cameriere di riferire a quei due giovani, seduti al tavolino in fondo e che stavano mangiando qualcosa che il suo bar non aveva servito, che voleva parlar loro.
Lino e Giovanni, dopo aver finito di mangiare il semifreddo, entrarono nel bar, accolti da Sandrino che aveva una faccia tra il risentito e l’infuriato.
Ci fu un attimo d’imbarazzato silenzio, interrotto da Lino che chiese un bicchiere di acqua fresca. Ma Sandrino, rivolgendosi ai due ragazzi, li apostrofò biasimandone il comportamento, che non era frutto di una ragazzata ma un affronto e una stupida ripicca messi in atto solo perché per una volta non erano stati esauditi i loro desideri.
Sandrino continuò: “State qui tutti i giorni, e noi vi serviamo, vi riveriamo e sopportiamo tutte le vostre mancanze; mentre voi siete capaci di offenderci e mortificarci per un non nulla”. E aggiunse: “E’ chiaro che con voi due ci comporteremo di conseguenza, d’ora in avanti”.
Giovanni, con fare da bravo ragazzo, gli rispose: “Sandrino noi non abbiamo messo in atto nessuna ripicca; né tanto meno abbiamo pensato di offenderti. Poiché ci hai rifiutato i due semifreddi a debito, ci siamo rivolti a Umberto, il proprietario del bar Pozzuto, il quale ce li ha dati. I semifreddi ci sono stati serviti a un tuo tavolino solo perché noi per errore lo abbiamo occupato al posto di uno di Umberto”.
Sandrino ascoltò con calma e, con il volto più disteso, disse: “Le sapete aggiustare voi le storielle. Facciamo finta che io vi creda anche se il sorriso e il saluto che Umberto mi ha fatto mi portano a pensare ad altro. Ebbene, se di altro si tratta, si tratta di uno scherzo forse poco simpatico ma certamente ben riuscito”. E continuò: “Chiudiamola qui. E ora ditemi con sincerità: il semifreddo che avete mangiato era buono come quello che facciamo noi?”.
Giovanni e Lino guardarono Sandrino negli occhi e vi colsero un segno di precoce e intimo compiacimento, forse perché si aspettava una risposta che gli avrebbe procurato soddisfazione.
Lino, però, gli rispose: “Come possiamo dirlo? Per fare un paragone dovremmo mangiare ora il tuo semifreddo”.
E Sandrino prontamente replicò: “ Credo che due semifreddi, mangiati uno dopo l’altro, vi facciano male, specialmente se acquistati a debito”.
I SÈMIFRÈDDE P’A CIUCULÁTE
In un caldo pomeriggio di giugno si era fatto tardi ma il sole non era ancora tramontato. In piazza Duomo c’erano poche persone quando Lino e Giovanni raggiunsero il Bar De Chiara.
Seduti ai tavolini c’erano già Michele, Pasquale, Gino e Nicola; cosicché i due ultimi arrivati si unirono alla compagnia, mentre, da dietro il bancone, Sandrino sbirciava accigliato.
SANDRINO: Ècche! sonne arreváte… Cricche, Crocche… e Màneche de ‘ngíne ando’ l’avéte
lassáte?!?
LINO: Mò véne Sandrí!… mò véne púr’isse!… Andò vóle fúje?!?…
SANDRINO: E chi ve móve cchiù da qqua!… I bbabbiggne sonne cume ‘a bbenzíne …
aumèndene sèmbe de cchiù!… n’avastáve ‘a croscke che già stéve!
GIOVANNI: Uagliú!… che se díce?!?…
GINO: Staváme decènne che è murte… Lo Zio ….
LINO: Ma chi?… quille che tutt’i jurne accundáve i cunde vecíne o’ cungertíne d’a Ville?…
N’ge allussciáve tanda bbune… ma ére nu spasse…
MICHELE: Sì… pròpete isse… è murte a l’atrujíre… e se l’ànne purtáte stammatíne…
GINO: Arréte o’ murte stévene ‘na fréche de ggènde… U canuscèvene tuttuquande!!!
SANDRINO: U canuscéve púr’íje!… Màh!… che vulíme fa’?!? Quèlle ‘a víte éje n’affacciáte
de fenèstre: ogge ce stáje e cráje e matíne n’ge stáje cchiù!
LINO: Mo’, Sandrí!, gràttete púre tu… n’facènne a vvedè che t’ammucce!…
SANDRINO: Tu pigghije a quiste e nn’u facènne ninde!!!… Máje che se póte fa’ nu trascurze
sèrije!
GIOVANNI: Me despiáce púre a mmè… L’ùtema vóte che songhe júte a sènde nu cunde…
ci’agghje ditte: «da mò a cind’anne che múre… chi ce accundarrà cchiù ‘sti bèlle fattarille?» …
Invéce…
LINO: … A mmè quille che m’à addecrijáve a sènde de cchiù ére u cunde d’a scupèrte d’a
Mèreche …
NICOLA: E qual’ére?!? íje nen mm’u recorde ‘stu cunde.. mò sendíme!, … accundele!
LINO: Pe nen fa’ na cósa longhe… Crestofele e Meríghe èrene dúje cumbagne che stèvene sèmbe anzime e se spartèvene u sunne. Mò, nu bbèlle jurne,… penzarene de farese na cammenáte p’u sciarrabballe p’abbasce ‘i coppe ‘u Castille… Camíne e camíne e arrevarene n’da na massaríje che n’ze fenéve máje pe quand’éra grosse. A qquà mascule e fèmmene stèvene tutte quande a’ núde. Ammizze a tutte ‘stà grazije de Ddíje, Crestofele e Meríghe n’ze ne vulèvene cchiù turnà arréte, ma Crestofele ére venúte a sapè cèrte cóse d’a cása súje… rrobbe de corne… e allóre turnáje arréte da súle. Meríghe, ‘nvéce, che ére nu ‘nváme e chiachille, se pegghijáje tutt’a massaríje e ‘a mettíje a nnome “Mèrica”…
NICOLA: Nu belle cunde, cum’e tutte quille de Lo Zio… saranne nu cendenáre, se po’ ddi’ nu
fatte ‘o jurne, ogn’e fatte d’a storije arrangiáte a móde súje…
GIOVANNI: Peccáte, pèrò!… sènza sapèrle… quèlle ére na spècije de lèttèratúra cafóne che
s’è pèrze anzime a Lo Zio …
LINO: Nèh! ma ògge… Andonije n’z’è viste pe nninde?…. Chisà ando’ è júte a mètte tènde!?!
MICHELE: Téne cchè ffa’!… L’àgghije viste stammatíne… stéve ngazzáte nirve… manghe li
cane!…, cì-cì!
PASQUALE: Quille n’déne cchiù cápe… da quanne se l’ànne trasúte dinde… véne sèmbe
‘nganna ‘nganna…
NICOLA: Uhì… è ‘rreváte!… Parle du diavele e spondene i corne!!!
MICHELE: Che si’ vvenúte… p’a tradotte ‘i scarpáre?!?
GINO: Capetàste allá?!?…
ANTONIO: Lassatema pèrde, che ogge nen è jurnáte!… Nen me n’afíde manghe a galijà…
vache a ttrè!
LINO: Uhè!… ando’ ire júte a fenèsce?!?… Mò che fáje t’assitte… cum’e nu ‘ngappáte?!?
PASQUALE: Páre che t’ànne magnáte i mosche! Fáje paùre!…
GIOVANNI: Tutt’apposte Toní?!? Che éje ‘sta facce cum’e u dúje nuèmbre?!?
PASQUALE: Nèh, ma che váje facènne?… Da quanne te si’ fedanzáte ‘ngáse… n’záje cchiù
manghe chi t’à crijáte…
GINO: Che è fúse ‘a guarnezzijóne d’a tèstáte?!?
ANTONIO: Uhè! nn’abbiáme a sfotte… che ggià tènghe a chi me sfotte ‘a mazzarèlle a óre,
mumènde e ppunde… Se váce appezzecànne ‘mbacce ‘a felinije… Ogge m’à fatte pegghijà
còlere n’ata vóte… E mò stiteve citte che nn’a vogghije sènde manghe pe nnumenáte…
LINO: T’è piaciúte?!? e mò tenatille cara-cáre! Quèlle po’ stáce sèmbe tutta ‘mbusumáte!!!
M’assemègghje ‘a Madonne ‘i Sètte Delúre!
NICOLA: … e de… conclúde nen se ne parle pròpete?!?…
SANDRINO: Uhè! Avàste méh!… u juche è bèlle quanne dúre póche! .. Mò lassatela pèrde
… che… quille… Toníne, éje un uaglijóne aggarbáte… e sóle che s’è misse p’a cape e c’u
penzíre… apprisse a quèlla fegghiulètte…
ANTONIO: Stéte jènne turne-turne!… ma mò avaste a pegghijarve ‘a pezzecáte…
SANDRINO: Téne reggióne!… stéte sèmbe a sfrecà ‘a mazzarèlle! Ma mò avàste! E che cósa
éje!… facéte sckífe!
GIOVANNI: … Ma si quille s’è fatte arravugghijà da vúne che téne sèmbe ‘u fite sotte ‘o
náse… e me páre che se fáce púre cumannà a bacchètte….
GINO: Che po’…, fosse ammacáre bbèllafàtte!… na sorte de… mazze de scópe…
PASQUALE: … Ando’…, sinde a mmè, lassa sta’ u munne cume se tróve …
SANDRINO: E dàlle!!! ‘Sti ppicciafùche!… Ando’, nn’i dènne a da ‘vedènzije!
NICOLA: Nèh Sandrí!… ma Toníne fosse cumbagne a ttè?!?
SANDRINE: Addefriscke a l’àneme d’u Pregatorije!… Gevenò!… eehe… nen facènne sèmbe
u capuzzille… e ammusce ‘sta lènghe!
LINO: Íje tènghe nu dubbije: isse se sparagne a uaglióne… e l’àvete se ne vèdene de bbéne…
ANTONIO: Mò avaste!… citte e manghe na paróle!!! U príme che parle,… ‘u ppènne sott’a
lamije!!!
SANDRINO: Ando’ nn’i penzanne!… Mèh, uagliù,… tutte ‘sti chiacchjere s’i porte u vinde… e
s’i vularrisse mètte n’da nu sacche, nen pèsene ninde….
PASQUALE: Sandrí… quille Andonije ‘u sápe che núje pazziáme… e che ‘u vulíme bbéne…
NICOLA: Madonne e che càvete ogge!… A sta’ assettáte me fáce mále u presutte!
LINO: Giuua’! … che t’a faciarrisse na partíte a bbuccètte? A’ facce de chi ce vóle mále…
GIOVANNI: E cume no! M’è nvetáte a carne e maccarúne!
LINO: Sandrí… ce dáje … “le biglie e i birilli”… pe jucà?!?
SANDRINO: Chèsso’?!? Che è misse ‘a lènghe dinde a’ luscíje?… Ggiuveno’, parle cume t’à
fatte mammete, che fáje príme! A che vuléte jucà?!?
LINO: Sandrì… cume stáje sturte ogge!… Pe piacére… dacce i palle che àmma jucà a
bbuccètte!
SANDRINO: Ècche!… cume cumanne segnuríje. Tèh gevenò (rivolto a Giovanni): quiste
sonne nóve palle: quatte rosce e quatte janghe,… quiste éje u pallíne bblu e quiste sonne i
birille. Addecrijateve!… E…, mo’ che ce pènze… quanne se ponne acciaffà… i solde che
avanze?…
LINO: Sandrí… mo’ pinze a’ salúte!
Risate generali.
SANDRINO: Stùbbede e babbióne!… Che vúje vedè ‘a pacijènza míje quand’è longhe?!?
LINO: E jáme… Sandrì!,… ogge n’de putíme di’ manghe che bèll’ùcchije che tíne ‘nfacce!…
‘Ntuttomóde… íje vuléve sckitte pazzià… sènza sfotte a nisciúne…
SANDRINO: … Ma vúje vedíte a ‘sti figghije de bbóna mamme…
GIOVANNI: Íje mo’ mètte i birille janghe e quille rusce ammizz’o tàvele e tu fa’ tande
appedúne:… i palle rosce a ttè e i janghe a mmè….
LINO: Facíme na cóse de jurne… Allègre-allègre!…
GIOVANNI: Uèh, cápe de ‘mbrè!… fa’ póche chiàcchjere e pinze a jucà!
SANDRINO: … Ggià s’è ‘rrebbelláte ‘u gallenáre!…
GIOVANNI: Mo’ víde cume ‘i passe ‘a zurle!… Famme scruccà i díte pe jucà mègghje:…
“Díte dítille,… fióre d’anille,… u cchiù grusse de tutte,… sóna cambáne… e accída
peducchije”… Mò’ sì che bbijáme a rraggiunà!…
LINO: Jáme bbèlle… já!… Ogge me sènde ‘a fertúne appezzecáte ‘ngúle… Te puje già scurdà
de vènge!… Mo’, facíme l’acchítte pe vedè chi adda ‘ccumengià!
GIOVANNI: Fa’ tu… bbaste che ce muuíme… mo’ ce ne jáme o’ sunne!
LINO: …. Agghije vinde íje… mo’ angìgne…
LINO: Madonne e che tíre!!! Mo te fazze ascì l’ùcchije da fóre!…
GIOVANNI: Ando’ t’abbíje?!?… Quille éje sóle cúle…
LINO: Mò fazze nu tíre a èffètte… e váche a lleccà a palla túje…
PASQUALE: Lino… si’ nu fenomene!!!
GINO: Giuà, a palla túje è bruciáte!… Lino, te l’éve misse p’u cucchijaríne…
GIOVANNI: Oh!, m’è ggià rutte… i cerevèlle!… mo’ váche a punde… e te fazze fa’ a cróce p’a
mána storte!
NICOLA: Quèste éje na palle da dúje… ‘A véde nu póche azzeccáte…
LINO: Uagliú… a qqua se fèrmene i ‘llorge!… Che quiste so’ otte punde de colóre… Mo’ te
vogghije!…
GIOVANNI: Turne… chi t’è m… !!! Azz!…, me songhe ‘mballáte!…
ANTONIO: Lino… si ‘ngarre ‘sta palle ‘ll’è ‘ttalecenáte… Stasére è pegghijáte púre i mosche!!!
LINO: Punde! Punde!… Ggiuà… vatt’ a ffa’ ‘na pombe d’acque e zzucchere… Púre ‘sta vóte è
viste da vènge…
GIOVANNI: Vattine, và!… Tine nu cúle quand’e na cáse!
PASQUALE: Ggiuà, è fatte ‘a facce de Sande Meserìlle!
Risate generali.
GIOVANNI: Frèchete tu e isse… Íje mo’ mètte i palle apposte e véde quand’è venúte ‘a partíte…
LINO: E íje ce váche a purtà i birille… M’è venúte na sfacccíme de fáme… vedíme si
Sandríne téne chèccóse…
SANDRINO: Nèh… ggevenò!, quanda solde agghija vedè?!?… Mò, sestime príme i birille… e
po’ facíme i cunde!
GIOVANNI: Sandrí… nen te ne ‘ngareccanne… U belijarde véne cindetrènda líre… ma íje te
pozze da’ sckitte cinde… p’i trènde n’atu jurne se pènze.
SANDRINO: A ‘sti dúje ‘i puje cavà i dinde da ‘mmocche, ma no i solde… Tènene sèmbe na
scúse pe nen pagà!
LINO: Care Sandríne… a qqua nn’è segnà sckitte i trènda líre,… ma púre i dúje sèmifrèdde p’a
ciuculáte… che ce síme jucáte… Tu mittele a ccunde,… n’ge penzanne!
SANDRINO: E cóme no!… Nèh belleggiò!…, ma che te si’ misse ‘ngápe?!?… Che tènghe ‘a
facce du trè de bastóne íje?… Mo’ che cacciáte i solde se pènze… o avèsseme fatte cum’e
quille de quille! A qqua me páre che ‘a troppa bbundà devènde fessetudene!…
GIOVANNI: Sandrí!… ‘a malatíje núje ‘a teníme dind’e sacche!… Ma ‘u sáje che núje stíme
all’appíde o fáje finde de ninde?!?
SANDRINO: Ma vúje vedíte nu póche a quiste! Si nn’u sáje, i vulíje de vozze… se paghene…
e subbete púre… E po’… i sèmifrèdde sonne póche… e s’i magnene sckitte quille che ‘i
paghene!…
GIOVANNI: Sandrí… íje nen t’agghije máje purtáte ‘nganzóne!… N’ze fáce accussì… i
dibbete míje te l’agghije sèmbe pagáte e nen me púje trattà n’da ‘sta manére!… E po’, si
propete a vúje sapè l’ùteme… si n’gi vúje da’, núje i sèmifrèdde c’i jáme a pegghijà da
Umbèrte… de fronde… andò so’ cchiù bbúne d’i túje!
SANDRINO: Va bbune… va bbune… ‘a sapéte longhe ‘a canzóne!… Jateville a pegghijà ando’
ve páre e piáce a vúje…
LINO: Jamecinne uagliú!
Lino e Giovanni vanno via dal Bar
GIOVANNI: … Mò che facíme?!?… ce vóle angóre n’at’óre pe jì a pegghijà i uaglióne nostre!…
LINO: Che díce si jáme avèramènde da Umbèrte?
GIOVANNI: Sì!…, propete da quille! Che nn’u sáje che allà n’ze pághe a credènze?!?
LINO: Sinde a mmè:… ‘i ‘ccundáme u fatte… e vedíme si, pe pazzijà, ce porte dúje sèmifrèdde
a nu taulíne du Bbar de’ Chiáre!
GIOVANNI: Mmha!, pruuamece… tande da Umbèrte nen teníme angóre dibbete… e quille …
farzaijule a cum’éje isse… è capáce púre che ce stáce o’ júche!
I due entrano nel Bar Pozzuto
LINO: Umbè!… vulesseme fa’ nu schèrze a Sandríne de’ Chiáre, che nen gi’à vulúte segnà
dúje sèmifrèdde p’a ciuculáte… Che c’i vularrisse da’ tu?!?
UMBERTO: Faciteme capì… che vuléte cumbenà?… pecchè quille Sandríne éje nu póche
‘ngazzúse. Pe nen parlà d’u padre…
GIOVANNI: Ninde…. núje mo’ ce jáme a ssettà a nu taulíne da isse… e tu ci’avissa fa’ purtà
d’o uaglióne túje dúje sèmifrèdde.
UMBERTO: E’ ditte ninde!…Va bbune, va!… Pèrò íje a qqua nen vogghjie mbicce… vúje ‘u
sapíte che stíme vúne de fronde a n’àvete… e che quanne quille se n’accorge du fatte… avéte
di’ che, seccóme i taulíne nustre stanne azzeccáte e’ lóre…, ve séte sbagliáte de sègge.
LINO: Si è pe quiste, Umbè, statte spenzaráte!
Lino e Giovanni vanno immediatamente a sedersi al tavolino del Bar De Chiara più vicino a
quello del Bar Pozzuto.
GIOVANNI: Àgghje fatte segne a Umbèrte de fa purtà i sèmifrèdde…
LINO: Stáce già venènne u ggiovene; uhì!, porte príme nu chinotte e na ‘rangiáte a quilli dúje
e ppo’ véne da núje…
CAMERIERE: Quiste sonne i sèmifrèdde… che l’omagge du Bar Pozzute… con permèsse!
GIOVANNI (alzando la voce): Madonne e quande so’ sapríte ogge!
LINO (facendo roteare il braccio e ridendo sotto i baffi): ‘Sti sèmifrèdde sonne ‘a fíne du
munne!
GIOVANNI: Oh, abbáde!… Sandríne è ‘scíte fóre d’o Bbar… e stáce tremendènne a
Umbèrte… che l’à salutáte….
Sandrino rientra nel Bar manifestamente offeso e infastidito e incarica un cameriere di dire a Lino e Giovanni di presentarsi subito da lui. Il ragazzo esegue immediatamente l’ordine.
CAMERIERE (sottovoce): Stavóte… s’è propete ngrugnáte de brutte! Mo’ ‘i véneve na
cóse!… Vedéte bbune cume l’avéte cungertà u fatte… pecchè à sfurmáte assáje…
LINO: “Calma e gesso!”… facimele príme sfugà… e po’ ci’appresendáme c’a scúsa nostre.
GIOVANNI: Raccumannamece a Sanda Maríje… e speriáme che nn’ascene púre Marije e
Don Salvatóre!…
LINO: Mèh!, jáme e ffa’ ‘stu servizije!
LINO (entrando nel Bar): Sandrí… che ce púje da’ nu bucchíre d’acque?!?… u sèmifrèdde nen
vóle jì cchiù abbásce…
SANDRINO: Ah!, mo’ veníte púre a sfotte!… Quiste nen sonne ggèste che se fanne! Ve séte
cumburtáte propete malamènde… N’ze spúte n’do piatte andò se magne… tutt’i jurne… sóle
pecchè, pe na vóte, v’àgghje ditte de nno! E che cacchije!… stéte sèmbe a qqua… ve servíme e
ve trattáme da segnúre… ‘ngurparame tutt’i strunzáte che cumbenáte… e vúje che facéte?… ce
sbergugnáte pe na fessaríje da ninde!… Da mo’ d’ananze… a qqua se cagne sestéme! E mo’
jatevinne sennò nen sacce che ve cumbíne!
GIOVANNI: Sandrí!… ma tu ch’è capíte?…. nu fatte pe n’avete?!?… Núje míche ce vulèmme
pegghijà ‘a pezzecáte sópe de vúje?!?… Quanne tu nen g’è vulúte da’ i sèmifrèdde… núje síme
júte da Umbèrte… che ce l’à dáte… Sckitte che po’… ce síme assettáte pe sbaglije a nu taulíne
d’i túje…
LINO: … E ce ne síme addunáte sckitte quanne u ggiovene tuje c’è venúte a di’ che vulíve
parlà che nnúje!
SANDRINE: Ècche ‘a pèzze a chelóre! Ma che ve penzáte che ‘nfronde portáme scritte
“Gioconde”?!?… Fenimele a qqua che n’dande me n’afíde… Pèrò… a mmè ‘a facce
d’Umbèrte… me fáce penzà a n’ata cóse! Vabbù?!? Decíte chiuttoste che ve síte cumburtáte
propete da ‘nfáme!
GIOVANNI: Sandrí!, ma che váje penzanne?!? C’è créde … sop’a jurnáte ch’éje ogge… u fatte
éje cume te l’àmme accundáte núje!
SANDRINO: Vól’èsse accussì?!? Sarà!…, ma a mmè nen m’à ‘ccundáte juste! E scurdamece
púre de ‘sta fegúre de mmèrde che m’avéte fatte fa’!… Ma mo’,… deciteme a verità,… i
sèmifrèdde d’Umbèrte so’ mègghije d’i nustre?
LINO: E cúme u putíme sapè? Pe putè fa’ nu chenfronde… ci’avarisse fa’ magnà… dúje
sèmifrèdde d’i vustre!!!
SANDRINO: Noooo… nze po’ ffà….dúje semifredde magnate vúne sópe l’ate ve vanne ngrecine….sópettutte se sonne accattate a tufe……
Continua…
Il prossimo capitolo sarà pubblicato martedì prossimo.
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