“Dialettando” , la rubrica di Lino Montanaro propone tutti i giovedì proverbi e modi di dire lucerini, tramandati di generazione in generazione, per non dimenticare le origini della nostra amata Lucera.
DIALETTANDO 268
A Lucera non si dice “Solo a piccoli passi si realizzano cose che a prima vista sembrano irraggiungibili” ma si dice
– “FÀ U PASSE CA PÚJE FFÀ, SENNÒ VAJE A TRUUVÀ I NGIAMBECHE PE ‘NNANZE“ – (Traduzione: Fai i passi che puoi a fare, altrimenti vai a trovare ostacoli davanti)
A Lucera non si dice “E’ una persona per niente intelligente” ma si dice – “TÉNE ‘A CAPE VACANDE CÚM’E ‘NA CHECOZZA“ – (Traduzione: Ha la testa vuota come una zucca)
A Lucera non si dice “Va sempre in giro con il collo e parte del petto scoperti” ma si dice
– “VACE SÈMBE TUTTA SCANNARUZZATE” – (Traduzione: Va sempre tutta scollata)•
A Lucera non si dice “Questi discorsi sono senza fondamento, sono proprio ridicoli” ma si dice
– “ÉJA MÉGGHJE CHE À PPEGGHJAME A RRÍSE” – (Traduzione: È meglio che la prendiamo a ridire)
A Lucera non si dice ” È una persona pettegola” ma si dice
– “STACE SÈMBE A FFÀ CIUCIÙ” – (Traduzione: Sta sempre a fare sussurri)•
A Lucera non si dice “La discussione si sta protraendo troppo “ ma si dice
– “U FATTE È LLUNGHE“ – (Traduzione: Il fatto è lungo)•
A Lucera non si dice “È una persona debole, superficiale, credulona” ma si dice
– “ÉJE PROPETE NU MAMÙZEJE” – (Traduzione: È veramente uno sciocco)
A Lucera non si dice “È un ambiente troppo disordinato” ma si dice
– “STA CASE ASSEMÈGGHJE U SCAVAMINDE DE PUMBÉJE” – Traduzione: (Questa casa sembra lo scavo di Pompei)
A Lucera non si dice “Smettila con tutte queste domande indiscrete e inopportune“ ma si dice
– “U LIBBRE D’U PECCHÈ NEN L’ÀNNE STAMBATE ANGÓRE“ – (Traduzione: Il libro del perché non l’hanno stampato ancora)
A Lucera non si dice “Sono troppo orgoglioso per inchinarmi a qualcuno” ma si dice
– “NEN ME VOGGHJE SCAPPELLÀ ‘MBACCE A NISSCIÚNE“ – (Traduzione: Non mi voglio togliere il cappello davanti a nessuno)
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LINO MONTANARO E LINO ZICCA, ECCO IL NUOVO LIBRO
Ci siamo! Finalmente la tipografia Grafiche Catapano ha finito di stampare il nuovo libro di Lino Montanaro & Lino Zicca: “LUCERA DI UNA VOLTA ” che raccoglie oltre 120 brani di storia sommersa relativi a modi di dire, usanze, credenze, che riguardano pratiche religiose, usanze del ciclo della vita, pratiche e forme di magia, valore e svolgimento di feste religiose e civili, metodi per prevedere il tempo durante tutto l’arco dell’anno, scuola, personaggi, luoghi, giochi ed altro della Lucera di una volta.
Com’è possibile prenotarlo?
Il libro è disponibile presso Libreria Catapano in Viale Dante Alighieri, 1 a Lucera. E’ anche possibile prenotarlo direttamente da questa pagina, inviando un’email a: montanaro.lino@libero.it
REGOLE DI PRONUNCIA
Il dialetto lucerino, come del resto ogni dialetto, ha le sue ben precise e non sempre semplici regole di pronuncia. Tutto questo, però, genera inevitabilmente l’esigenza di rispettare queste regole non solo nel parlare, ma anche e soprattutto nello scrivere in dialetto lucerino. Considerato che il fine di questa rubrica è proprio quello di tener vivo e diffondere il nostro dialetto, offrendo così a tutti, lucerini e non, la possibilità di avvicinarvisi e comprenderlo quanto più possibile, si ritiene di fare cosa giusta nel riepilogare brevemente alcune regole semplici ma essenziali di pronuncia, e quindi di scrittura dialettale, suggerite dall’amico Massimiliano Monaco.
1) La vocale “e” senza accento è sempre muta e pertanto non si pronuncia (spandecà), tranne quando funge da congiunzione o particella pronominale (e, che); negli altri casi, ossia quando la si deve pronunciare, essa è infatti sempre accentata (sciulutèzze, ‘a strètte de Ciacianèlle).
2) L’accento grave sulle vocali “à, è, ì, ò, ù” va letto con un suono aperto (àreve, èreve, jìneme, sòrete, basciù), mentre l’accento acuto “á, é, í, ó, ú” è utilizzato per contraddistinguere le moltissime vocali che nella nostra lingua dialettale hanno un suono molto chiuso (‘a cucchiáre, ‘a néve, u rebbullíte, u vóve, síme júte), e che tuttavia non vanno confuse con una e muta (u delóre, u veléne, ‘u sapéve, Lucére).
3) Il trigramma “sck” richiede la pronuncia alla napoletana (‘a sckafaróje, ‘a sckanáte).
4) Per quanto riguarda le consonanti di natura affine “c-g, d-t, p-b, s-z” è stata adottata la grafia più vicina alla pronuncia popolare (Andonije, Cungètte, zumbà) quella, per intenderci, punibile con la matita blu nei compiti in classe.
5) Per rafforzare il suono iniziale di alcuni termini, si rende necessario raddoppiare la consonante iniziale (pe bbèlle vedè, a bbune-a bbune, nn’è cósa túje) o, nel caso di vocale iniziale, accentarla (àcede, ùcchije).
6) Infine, la caduta di una consonante o di una vocale viene sempre indicata da un apostrofo (Antonietta: ‘Ndunètte; l’orologio a pendolo: ‘a ‘llorge; nel vicolo: ‘nda strètte).
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